Fino all’ultimo respiro

Il capolavoro di Godard, manifesto della Nouvelle Vague, in versione restaurata.

da lunedì 4 ottobre 2021
Sala: Stensen

Descrizione

FINO ALL’ULTIMO RESPIRO di Jean-Luc Godard (Francia 1960, 90′) vo sott ita – versione restaurata

 

Bazin, Truffaut, Rivette, Rohmer e Godard: quella che sarà, di lì a qualche anno, l’équipe dei “Cahiers du cinéma”, la più prestigiosa rivista di cinema francese, luogo di teorizzazione e di promozione attiva di quel nuovo modo di fare, e anche di vedere e vivere il cinema che fu definito Nouvelle vague, è già quasi totalmente riunita nelle forme di un gruppo di amici che vanno al cinema tutti i giorni, si scambiano esperienze, effettuano i primi tentativi dietro o davanti la cinepresa. Sono quasi tutti giovanissimi: Godard ha meno di vent’anni. È nato a Parigi il 3 dicembre 1930, secondo di quattro fratelli e sorelle (in À bout de souffle Michel mostra a Patricia “la casa dove sono nato io” ed è verosimilmente quella in cui è nato lui) di una famiglia ginevrina, alto borghese, protestante […]. Jean-Luc, o Jeannot, ha avuto un’adolescenza dorata (sci, tennis, vacanze in barca), ha frequentato le medie in Svizzera, a Nyon, e quindi il Lycée Buffon a Parigi e si è iscritto a etnologia alla Sorbona. Ma ora i rapporti con la famiglia sono tesi e Jeannot vive di espedienti […]. E all’università non darà mai un esame. […] Le scelte e i giudizi, sempre molto personali e spesso eccentrici ed estremistici, del Godard critico
cinematografico, si formano appunto negli anni in cui il cinema non è ancora per lui una professione ma solo un modo di vivere, gli anni della cinefilia più accesa e radicale. E la stessa cinéphilie – questo rapporto totalizzante e quasi mistico con lo schermo che conduce a vedere tutto purché sia cinema, ad accumulare indiscriminatamente le esperienze visive, le congenialità, gli amori, le competenze – è già, un po’ contraddittoriamente, il risultato di una scelta. Per uno studente universitario interessato al cinema, attorno al 1948, scegliere i cineclub e la Cinémathèque invece che, per esempio, i laboratori dell’Istituto di Filmologia che proprio in quegli anni cominciava a funzionare alla Sorbona, significa già, implicitamente, prendere posizioni di fondo. […] Ma anche nei confronti del restante cinema francese, quello che vedeva attivi in quegli anni ancora tutti i registi affermatisi nella grande stagione dell’anteguerra, da Renoir a Carné, da Clair a Duvivier, le scelte di Godard e dei suoi amici sono polemiche e discriminanti. […] Un gruppo di ventenni che sa già molto bene quali film difendere e quali miti stroncare. Così incominciare a scrivere è un approdo naturale e insieme un salto, è la scelta del cinema come lavoro e come campo di battaglia.

Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, 2a ed. agg., Il Castoro, Milano 2002

 

L’interesse di Godard per l’etnologia coincide con una profonda ammirazione per l’opera di Jean Rouch, pioniere del cinema etnografico, i cui primi cinque film sono precedenti al 1949. Sono gli anni in cui nasce e si sviluppa in lui l’amore per il cinema, in cui conosce i giovani che, come lui, diventeranno critici dei “Cahiers du cinéma” e in seguito registi: Rohmer, Rivette e Truffaut. Alla Sorbona frequenta anche il corso dell’Institut de Filmologie, dove conosce Jean Parvulesco, giovane emigrato rumeno il cui nome verrà ripreso dal personaggio di Fino all’ultimo respiro interpretato da Jean-Pierre Melville: il romanziere intervistato a Orly, in quel gioco di citazioni e strizzate d’occhio che rivela le radici profonde dell’opera. Da questo momento in avanti la vita di Godard sarà idealmente legata a quella dei suoi compagni di
cinefilia: gli articoli sulla “Gazette du cinéma”, diretta dal più anziano Rohmer, la frequentazione del Ciné-club del Quartier Latin e la passionale collaborazione ai neonati (1951) “Cahiers du cinéna” di Bazin e Doniol-Valcroze, quest’ultimo amico della madre di Godard.

Jacopo Chessa, Fino all’ultimo respiro, Lindau, Torino 2005

Ai “Cahiers” ci consideravamo tutti come futuri registi. Frequentare i cine-club e la cineteca significava già pensare in termini di cinema e pensare al cinema. Scrivere significava già fare del cinema: tra lo scrivere e il girare c’è solo una differenza quantitativa, e non qualitativa. […] Come critico, mi consideravo già un cineasta. Oggi mi considero sempre un critico, e, in un certo senso, lo sono più di prima. Invece di scrivere una critica, faccio un film; salvo poi introdurvi la dimensione critica. Mi considero un saggista, faccio saggi in forma di romanzo o romanzi in forma di saggio:
solo che li filmo invece di scriverli. […] La critica ci ha insegnato ad amare sia Rouch che Ejzenštejn. Le siamo debitori di non avere escluso un elemento del cinema in nome di un altro elemento del cinema. Lo dobbiamo ad essa se realizziamo film con una maggiore distanza e sappiamo che, se una cosa è già stata fatta, è inutile rifarla. Un giovane scrittore che scrive oggi sa che Molière e Shakespeare sono esistiti. Noi siamo i primi cineasti a sapere che Griffith esiste.

JLG